Ilcorsarorosso

febbraio 1, 2010

Gli immigrati ci stanno già pagando la pensione

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 12:09 pm

di Giuliano Cazzola

Integrazione con il lavoro. Gli extracomunitari contribuenti sono 1,5 milioni: 1 milione i dipendenti, poi collaboratori domestici, operai agricoli e pure autonomi.

Osservando i dati riguardanti la previdenza obbligatoria si vede che il processo di integrazione dei lavoratori stranieri non è un obiettivo da realizzare, ma un processo in atto da tempo. Basta considerare il fenomeno dal lato delle entrate e da quello delle uscite osservando, cioè, quanti sono i lavoratori extra comunitari che versano i loro contributi all’Inps e quanti, invece, percepiscono un trattamento pensionistico a vario titolo. Gli stranieri contribuenti sono più di 1,5 milioni. In maggioranza (1,1 milioni) sono lavoratori dipendenti (il loro numero è in costante crescita dal 2003), a cui vanno aggiunti i collaboratori domestici (quasi 260mila) e gli operai agricoli, ma non mancano i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti, persino coltivatori diretti), gli operai agricoli e i cosiddetti parasubordinati (titolari di un contratto di collaborazione). È questa complessità di profili professionali la prova più vera dell’integrazione.

I contributi versati ammontano – su base annua – a poco meno di 6 miliardi di euro, un ammontare rilevante che si aggiunge a quanto proviene dalle ritenute fiscali (per la sola imposta sul reddito sono stimate 1,5 miliardi di entrate). Va da sé che sono tanti di più i lavoratori stranieri contribuenti rispetto a quelli che percepiscono le prestazioni. La questione è facilmente comprensibile. Vengono da noi persone sostanzialmente giovani allo scopo di trovare lavoro e, con il lavoro, una migliore condizione di vita. Essi percepiranno la pensione dopo aver maturato i requisiti anagrafici e contributivi richiesti dalla legge. Eppure, non sono pochi i trattamenti erogati a persone di nazionalità extra Ue. Le pensioni vigenti al primo gennaio 2010 sono più di 190 mila per un importo medio mensile di 630 euro circa. Come si vede, attraverso una semplice moltiplicazione (630 x 13 mensilità x 190 mila prestazioni) emerge una spesa complessiva (1,5 miliardi) allineata con l’entrata; ma questo è un conteggio che – pur essendo significativo – non porta da nessuna parte, perché anche per i lavoratori stranieri verrà il momento in cui i pensionati saranno in aumento e comunque in un numero equivalente a quello delle persone attive.

Oggi gli stranieri attivi fanno fronte con i loro versamenti all’onere dei pensionati extracomunitari. È evidente, però, che neanche gli immigrati potranno risolvere gli squilibri del nostro sistema pensionistico. Assai più interessante – ecco che ritorna il discorso dell’integrazione – è notare che la maggioranza dei trattamenti viene erogata a stranieri che risiedono in Italia; a prova del fatto che essi preferiscono rimanere da noi anche dopo aver cessato l’attività lavorativa. Ben 152 mila assegni sono riscossi in Italia, contro 37 mila che l’Inps invia in Paesi stranieri. Le pensioni pagate in Italia sono anche d’importo più elevato: mediamente 707 euro al mese contro i 311 euro delle prestazioni all’estero. La cosa si spiega, in generale, così: gli stranieri in pensione che hanno scelto di abitare in Italia, si sono integrati prima, hanno maturato una maggiore anzianità contributiva; mentre chi è rientrato ha compiuto un percorso diverso e più breve. Quanto alla tipologia delle prestazioni sono in netta maggioranza quelle previdenziali per eccellenza, come le pensioni di vecchiaia (quasi 65 mila, di cui circa 10mila pagate all’estero). In numero quasi pari sono i trattamenti ai superstiti che, anche nel caso degli immigrati, vengono erogati quasi interamente a donne rimaste vedove. Sono oltre 61 mila, 34 mila erogate in Italia e 27 mila all’estero, a prova che molte donne – ormai sole – tendono a tornare in patria.

Meritano attenzione le prestazioni assistenziali riservate ai lavoratori stranieri. Vi sono 21,5 mila pensioni e assegni sociali tutti goduti in Italia. Lo stesso discorso vale per le oltre 28 mila pensioni di invalidità civile. Nel 2008, l’attuale Governo ha inasprito i criteri e i requisiti per il conseguimento dell’assegno sociale (la prestazione riconosciuta agli anziani che non hanno contributi sufficienti per ottenere la pensione) portando a dieci anni non continuativi il requisito della residenza. Non è mai simpatico fare la «faccia feroce» con i poveri: ma i dati dimostrano che non sono infondate le considerazioni di quanti sostengono che molti ricongiungimenti familiari servono ad assicurare una prestazione assistenziale a familiari anziani che, nel loro Paese, non possono contare su di alcuna misura di sostegno.

Quanto alla nazionalità dei pensionati stranieri, il maggior numero dei trattamenti di vecchiaia pagati in Italia riguarda cittadini dell’Africa (28 mila), seguono quelli dell’Europa extra Ue con 15 mila. In complesso, i tre grandi gruppi che vantano una certa consistenza riguardano l’Africa, l’Europa e l’America latina (sia pure quest’ultima abbastanza distanziata). A cittadini africani vanno 63 mila assegni, a europei extracomunitari quasi 65 mila, a latino-americani poco meno di 34 mila. È curioso notare che le donne sud-americane sono in testa per quanto riguarda le pensioni ai superstiti.

Per concludere, dai dati sinteticamente esposti (e dalla tabelle) emergono alcune considerazioni: l’immigrazione è ormai carne della nostra carne. Chi scrive si augura che il «fermo» di tutti gli stranieri residenti in Italia, programmato per il primo marzo, sia confermato ed abbia successo; e serva a dimostrare che di loro non è possibile fare a meno. È doveroso, tuttavia, ammettere, nello stesso tempo, che non saranno gli stranieri a salvare l’Inps e il sistema pensionistico, se non interverranno ulteriori riforme.

Le rivelazioni di Ciancimino al processo Mori

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L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924

“Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Così ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo nell’aula bunker dell’Ucciardone. Nell’ambito del processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obino, che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

Ciancimino junior ha spiegato nell’ambito della sua testimonianza che suo padre era in affari con i boss di mafia Salvatore e Antonino Buscemi e Franco Bonura. “Mio padre li chiamava i ‘gemelli’. Ricordo negli anni ‘60 molte riunioni domenicale al ristorante la Scuderia a Palermo. Quando mio padre era assessore ai lavori pubblici dava indicazioni su un terreno che sarebbe diventato edificabile. Quei guadagni finivano in delle società in cui mio padre era interessato”.

Negli anni ‘70 poi dopo gli accertamenti della commissione antimafia Don Vito Ciancimino decide di diversificare. “Alcuni suoi amici di allora Ciarrapico e Caltagirone e altri costruttori romani gli dicono di investire in Canada dove sono in preparazione le Olimpiadi di Montreal”. Ma anche altri soldi saranno destinati a un altro progetto. “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″. Ciancimino junior ha spiegato di aver acquisito queste informazioni sia direttamente dal padre sia attraverso la lettura di agende e documenti dello stesso genitore. Insieme avremmo dovuto fare un memoriale per questo gli chiedevo sempre chiarimenti su qualcosa che ritenevo interessante”.

“Mio padre conosceva Riina da quando erano ragazzi. Tra loro il rapporto è sempre stato teso. Mio padre non lo stimava e preferiva Provenzano”. Lo ha detto al processo per favoreggiamento, al generale Mario Mori, Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo.

“Mio padre aveva inventato una specie di sistema di spartizione degli appalti: potremmo chiamarlo il sistema”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, deponendo al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento alla mafia. “D’accordo con Bernardo Provenzano – ha aggiunto gli appalti venivano spartiti equamente tra tutti i partiti, in consiglio comunale, a seconda della loro rappresentatività”.

Il testimone ha anche raccontato che suo padre, appositamente, faceva attendere Riina quando questi lo andava a trovare e ne rifiutava i regali ritenendo che portassero sfortuna. Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, condannato per mafia, aveva una sorta di ‘linea rossa’, cioè un numero di telefono “sempre a disposizione” per i boss ma anche i politici.

Ciancimino junior sta ricostruendo in aula le frequentazioni del padre, ma anche gli incontri a cui avrebbe partecipato lo stesso Massimo quando era più giovane. “Mio padre aveva a Palermo e a Mondello la ‘linea rossa’ sempre a disposizione di queste persone, e soprattutto di Lo Verde (Provenzano ndr).

Ma anche di Gioia, Lima, Ruffini, e del signor Franco o Carlo”. Secondo Ciancimino gli ultimi due sarebbero degli agenti dei servizi segreti. “Tra mio padre e Riina c’era una conoscenza obbligata. Con Riina però mio padre non aveva buoni rapporti, erano migliori i rapporti con Provenzano perché riteneva che avesse un più elevato spessore culturale”.

Lo ha detto Massimo Ciancimino deponendo al processo Mori. “Mio padre non aveva un atteggiamento molto rispettoso nei confronti di Riina. Ricordo che si divertiva a farlo aspettare quando veniva a trovare – ha detto – Era un rapporto fatto di contrasti. L’ho visto almeno tre-quattro volte a casa mia. Parlo degli anni Ottanta”.

“Riina – ha detto – veniva spessissimo per le feste comandate. Ma ricordo che quando erano in camera arrivavano delle urla dalla stanza”. Anche tra Vito Ciancimino e Riina ci sarebbero stati, secondo Ciancimino junior, dei rapporti epistolari “anche se – dice – molto meno assidui e frequenti rispetto a Provenzano”.

“Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani dell’ingegner Lo Verde, cioè di Bernardo Provenzano qualche lettera, specialmente nell’ultimo periodo. Anche perché nel momento in cui certi personaggi venivano a mancare, mio padre era diventato molto più prudente. Capitò anche nel 1992″.

Lo ha detto Massimo Ciancimino deponendo al processo Mori. “Mio padre usava particolare accortezza per lo scambio di ‘pizzini’ con Bernardo Provenzano. Spesso, essendo un po’ maniacale per sua forma mentis, le buttava nel water o le bruciava, o le tagliava a pezzetti”. Lo ha detto Massimo Ciancimino proseguendo la sua deposizione al processo Mori a Palermo.

“Spesso -dice ancora- faceva le fotocopie perché temeva che si potessero trovare le impronte, anche quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti”. Alla domanda se erano intercorsi rapporti di topo economico tra Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano, Ciancimino ha risposto di sì.

“Avevo saputo da mio padre che Provenzano godeva di una sorta di ‘immunità territoriale che gli permetteva di muoversi liberamente” durante la sua latitanza “grazie a un accordo che aveva stipulato mio padre stesso”.

Lo ha detto Massimo Ciancimino, proseguendo la sua deposizione al processo Mori. Il periodo a cui fa riferimento è il maggio del 1992, cioè pochi giorni prima della strage di Capaci e via D’Amelio. “Scoprii che la persona che conoscevo come ’signor Lo Verde’ era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta mentre mi trovavo dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare ‘Epoca’, vidi una sua foto e nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante Bernardo Provenzano. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: ‘Stai attento con il signor Lo Verde, perché da questa situazione non ti salva nessuno’. Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ‘ingegnere’, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea.

“Nel 1990, grazie alle sue amicizie che aveva in Corte di Cassazione, mio padre riuscì a fare annullare l’ordine di custodia che fu emesso dal gip Grillo per la vicenda mafia e appalti”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, deponendo al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo. È lo stesso Ciancimino junior a spiegare al Tribunale che la sezione della Cassazione che emise il provvedimento di annullamento era la prima, presieduta all’epoca da Corrado Carnevale.

“Sono tranquillo. Deporrò in questo processo, dicendo tutta la verità”. Lo ha detto Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, prima di entrare nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo per deporre al processo ai generali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia.

Ciancimino è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. Ai due ufficiali si contesta il mancato arresto, nel ‘95, del capomafia Bernardo Provenzano, all’epoca latitante. Secondo l’accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell’accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.

gennaio 27, 2010

La candidata Pdl ammette l’evasione

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27 gennaio 2010

Rispetto all’acquisto della sua casa forse “una presunta irregolarità fiscale” ma dovuta a “un disguido”

Renata Polverini, tra mille distinguo, alla fine ammette quello che il Fatto Quotidiano ha scritto ieri: il candidato presidente della Regione Lazio del Pdl è un evasore fiscale.

La segretaria dell’Ugl condisce l’ammissione del suo errore, che lei chiama “disguido” con un’incoerente minaccia di querela finalizzata a ridurne l’impatto mediatico negativo.
Quello che conta, al di là della formula di rito sul “mandato ai legali” è che nel dicembre del 2002 la candidata a guidare una regione che ha il compito di far pagare le tasse ai suoi cittadini, non ha pagato le imposte dovute su un acquisto di una casa.

Nell’atto, che ieri abbiamo pubblicato in fotocopia, Renata Polverini chiede “di avvalersi delle agevolazioni fiscali previste dall’articolo 1 della Tariffa”, cioé l’agevolazione prima casa che abbatte l’aliquota dal 10 al 3 per cento.

Per ottenere il risparmio di circa 19 mila euro, dichiara al notaio Giancarlo Mazza: “di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà su un’altra abitazione acquistata con le agevolazioni previste”.

Peccato che l’allora vicesegretario dell’Ugl avesse comprato 9 mesi prima un altro appartamento con la medesima agevolazione. Dopo l’uscita della notizia sul nostro giornale, ieri, nessun politico della maggioranza e nemmeno dell’opposizione ha proferito verbo.

Solo il consigliere regionale Enzo Foschi del Pd ha avuto una reazione da paese normale: “Polverini deve dire se è vero quanto riferito da il Fatto Quotidiano. Ossia, ha realmente evaso le imposte sulla casa per un ammontare di circa 19 mila euro in merito all’acquisto di un appartamento, dopo aver goduto di prezzi a dir poco agevolati sull’acquisto di immobili che sulla carta valgono molto di più?”.

Al mattino Renata Polverini è stata in silenzio. Ironia della sorte era impegnata in un convegno sull’emergenza abitativa dove ha dichiarato che la sua ricetta per risolvere il problema è “fare incontrare il pubblico con il privato per dare risposte a chi ha bisogno di casa”.
Un incontro certamente redditizio nel suo caso, non c’è dubbio, visti i prezzi spuntati dall’Inpdap e dal Vaticano.

Nel pomeriggio è giunta a “Il Fatto” la sua lettera che pubblichiamo. Il tono è cortese e bisogna darne atto alla candidata del Pdl. Anche l’approccio si mostra sincero laddove ammette l’errore e si impegna ad assumersene la responsabilità. Meno dove scarica la colpa sui consulenti.
Una posizione indifendibile visto che la signora ha firmato di suo pugno la richiesta delle agevolazioni per il secondo acquisto della casa nel quartiere di San Saba (dalla banca del Vaticano) e non è possibile che non sapesse di essere già proprietaria di una prima casa all’Eur (comprata con lo sconto dall’Inpdap).

Inoltre, proprio nell’acquisto della prima casa all’Eur, Renata Polverini aveva dimostrato di conoscerne benissimo la disciplina fiscale. Per aggirare l’imposta di registro sulla seconda casa aveva fatto la donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima dell’acquisto. Invece di querelare, la Polverini dovrebbe andare avanti con più decisione sulla strada della trasparenza.
Magari restituendo quei 19 mila euro mancanti all’erario.

dicembre 22, 2009

La verità su Cucchi

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 12:13 pm

Venerdì, Uzoma Emeka, nigeriano di trentadue anni, ristretto nel carcere di Castrogno in provincia di Teramo è morto dopo un ricovero ospedaliero avvenuto a cinque ore dal momento in cui si è sentito male.

Emeka era stato il testimone del pestaggio avvenuto il 22 settembre scorso di un altro detenuto, un tossicodipendente colpito da una guardia penitenziaria. Il caso, ancora aperto, era stato reso pubblico da Serenella Mattera – che oggi ne scrive ancora a pag. 6 – in un articolo pubblicato dal Riformista che riprendeva un giornale locale, La Città. Mattera raccontò anche la reazione del comandante della polizia penitenziaria del carcere, Giuseppe Luzi: «Non si massacrano così i detenuti in sezione, si massacrano sotto. Si è rischiata la rivolta perché c’era il negrettto, il negro, ha visto tutto». Le parole del comandante furono registrate da un testimone e il comandante fu rimosso dal Ministero di Grazia e Giustizia.
Uzoma Emeka è il 172 esimo detenuto morto in carcere nel 2009. L’autopsia effettuata ieri ha accertato che Emeka è morto per un tumore al cervello. Al momento non si sa ancora se gli fosse stato diagnosticato. Dunque è una coincidenza rispetto al suo status di testimone, ma come minimo è comunque un caso di abbandono terapeutico. La magistratura ha aperto un’inchiesta e vedremo.

Il caso Castrogno emerse qualche giorno dopo la morte di Stefano Cucchi all’ospedale Pertini di Roma. Ieri Ignazio Marino, senatore del Pd, capo della commissione d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, ha riferito un fatto nuovo: il medico che visitò Cucchi nel carcere di Regina Coeli il 16 di ottobre avrebbe subito delle pressioni per autosospendersi. L’amministrazione del carcere avrebbe anche cercato di ritardare l’audizione del medico davanti alla commissione, riferendo che al momento della convocazione era all’estero per il viaggio di nozze. Il medico invece era in Italia.

I radicali stanno protestando contro l’archiviazione per la morte di Aldo Bianzino, un falegname deceduto in carcere nell’ottobre del 2007 a Perugia, dopo un arresto per la coltivazione di piante di canapa. L’agente di turno venne accusato per omissione di soccorso. Qualche giorno fa il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione e il gip l’ha accordata. La famiglia di Bianzino ritiene che ci siano margini per la riapertura del caso, perché la lacerazione del fegato che fu riscontrata non poteva essere dipesa dall’energia del massaggio cardiaco nella fase di rianimazione come conclusero i consulenti medicolegali del pm. Adesso c’è un procedimento penale contro una guardia carceraria per omissione di soccorso, udienza fissata il 20 giugno a Perugia.

Su ognuna di queste morti bisogna fare chiarezza. Sul caso Cucchi, è necessaria una chiarezza triplice. Cucchi è stato arrestato dai carabinieri, custodito dalla polizia penitenziaria e poi dai medici di un ospedale. E’ stato affidato a tre istituzioni primarie dello stato, a tre simboli carnali della civiltà, della democrazia, e della tutela dei diritti dei deboli. Nessuna di queste istituzioni si è assunta una responsabilità, nessuna ha assunto un atteggiamento dubbioso e nessuna ha provato a chiedere scusa per non saper neppure giustificare la propria irresponsabilità per quel terzo degli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi che li riguardava. L’istituzione è responsabile anche di quello che non sa.

Lo stato del nostro sistema giudiziario è estremamente fragile. I tempi dei processi, la carcerazione preventiva, la persistenza di alcune debolezze strutturali (per esempio, il tema della separazione delle carriere), la generosità dei meccanismi premiali: sono tutti problemi da risolvere che minano la reputazione della Giustizia. Il caso Cucchi ci dice che il sistema è fragile sin dalla fase dell’arresto, sin dalla fase del fermo addirittura (ricordate la morte dello studente ferrarese Federico Aldrovandi?), e del resto basta seguire le trasmissioni e le pagine di Radio Carcere. Ma ci dice anche qualcosa su noi stessi. Non si può dimenticare Cucchi. Ha ragione Pierluigi Battista: prima un sussulto di dignità e poi assuefazione collettiva, nessuno che abbia ancora la stessa voglia di chiedere come e perché è morto.
Questa è una storia che riguarda i giornali, ovviamente. Ma riguarda anche la classe dirigente politica. Il parlamento sembra poco reattivo e il governo anche. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, si compiacque del fatto che i Carabinieri si fossero rivelati estranei. Convochi il capo dell’arma dei Carabinieri di Roma e si faccia spiegare meglio. La stessa cosa faccia il ministro della Salute con la direzione dell’ospedale Sandro Pertini. E così faccia anche il ministro della giustizia, Angelo Alfano con i dirigenti di Regina Coeli. Se vogliamo dare credibilità alla necessaria, complessiva riforma della giustizia italiana, dobbiamo cominciare da qui, da un arresto per un reato minore concluso in una tragedia. Per rendere più chiaro all’opinione pubblica che la cattiva giustizia non è una dimensione astratta, riguarda tutti noi.

Stefano Cucchi era un ragazzo di trentuno anni, diplomato in un istituto tecnico per geometri, che viveva con sua madre e suo padre.

Gomez e Travaglio: L’inciucio colpisce ancora

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Micromega

15 anni di passione e tradimenti tra Berlusconi, D’Alema e gli altri: i condoni tv, il manganello delle urne, gli attacchi ai pm.

di Peter Gomez e Marco Travaglio, da “Il Fatto Quotidiano“, 22 dicembre 2009

In principio c’era solo una questione economica. La salvezza delle tv del Cavaliere in cambio della sua non opposizione al governo Dini. Poi dalla “roba” di Berlusconi si passò ai processi. I suoi e quelli degli altri. Dalla Bicamerale alle leggi “ad personas” del centrosinistra. Oggi siamo al bis, anzi al tris dell’“inciucio” (“accordo informale tra forze politiche di ideologie contrapposte che mira alla spartizione del potere”, Dizionario De Mauro, Paravia). Tutti (o quasi) vogliono riscrivere la Costituzione e Berlusconi apre al Pd in attesa d’incassare il salvacondotto definitivo: quello che lo renderà anche ufficialmente più uguale degli altri.

Violante confessa. Il 28 febbraio 2002 Luciano Violante, durante il dibattito alla Camera sulla legge Frattini sul conflitto d’interessi, si lascia sfuggire a Montecitorio la genesi dell’inciucio. A chi accusa la sinistra di voler espropriare il Cavaliere, il capogruppo ds replica: “L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena – non adesso, nel 1994 quando ci fu il cambio di governo – che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta… Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d’interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte!”. Senza volerlo, Violante ha detto la verità, anche se il suo partito si era sempre dimenticato di raccontarla agli elettori.

Come ti spengo i referendum. Quelli del dicembre ‘94 sono giorni duri per il Cavaliere. Il 7 dicembre la Consulta stabilisce che la Fininvest deve scendere da tre a due tv, dunque dovrà cedere Rete4 o trasferirla su satellite. Il 22 la Lega sfiducia il suo governo. Il gruppo Berlusconi, fiaccato dalla concorrenza Rai dei tre anni precedenti, è indebitato fino al collo (4500 miliardi di lire nel ‘92). Le indagini della magistratura avanzano. E sono alle porte quattro referendum, pro-posti da Acli, Arci e Gruppo di Fiesole (un’associazione di giornalisti), che rimettono in discussione la legge Mammì lasciando al Biscione una sola rete, ridimensionano la raccolta pubblicitaria e vietano gli spot durante i film in tv. Per farli saltare, Berlusconi invoca le elezioni anticipate e promette che venderà le sue tv (“basta che non sia un esproprio”). Ma contemporaneamente tratta in segreto il suo appoggio a un governo tecnico. Così, dopo urli e mugugni, si astiene sul governo Dini (ex ministro di Berlusconi), anche perché alla Giustizia e alle Poste e Telecomunicazioni i ministri sono “fidati”: Filippo Mancuso e Agostino   Gambino, già avvocato di Sindona. E il Pds (Violante dixit) gli garantisce che il referendum fallirà. La trattativa, a maggio, la conduce Gianni Letta per modificare la legge sulle tv ed evitare le urne. Così il centrosinistra non fa campagna elettorale per il Sì, mentre tutte le reti Fininvest martellano l’opinione pubblica per il No. Poi il 22 maggio Berlusconi rovescia il tavolo del negoziato e l’11 giugno vince i referendum.

Silvio & Max, promessi sposi. Sul finire del ‘95 Berlusconi smette d’invocare le elezioni. Come scrive La Stampa, “si è preso una cotta per D’Alema” e lo chiama anche tre volte al giorno per “convincerlo che ‘la grande intesa si può fare’ e ‘andare al voto non conviene né a noi, né a voi’”. Cos’è successo? Deve quotare Mediaset in Borsa e ha bisogno del placet di tutto l’arco politico. Su di lui e i suoi manager si moltiplicano le indagini sui fondi neri esteri del gruppo. Così punta al governissimo. Il 26 gennaio ‘96 il Cavaliere e D’Alema si presentano   a braccetto da Bruno Vespa per parlare di riforme istituzionali. Il 2 febbraio Berlusconi annuncia: “L’accordo è fatto, di Massimo mi fido”. Poi vieta per iscritto a tutti i club di Forza Italia di usare la parola inciucio: devono parlare di “governo dei migliori”, da affidare al grand commis Antonio Maccanico. Il giorno 9, Silvio e Max s’incontrano a cena in casa Letta. Ma An punta i piedi e Prodi, candidato premier, pure. L’inciucio tramonta. Gasparri spara sul Cavaliere: “Noi siamo contrari ai conflitti d’interesse. E chi deve andare in galera ci vada”. Maccanico rinuncia all’incarico. Non prima di aver accusato il Polo: “Volevano che travalicassi la Costituzione”. Si va alle urne.

Maccanico Riparazioni. Il 21 aprile ‘96 l’Ulivo di Prodi vince le   elezioni. La tesi 51 del programma elettorale è chiara: basta conflitto d’interessi e duopolio tv. Ma D’Alema se ne infischia e il 4 aprile, a due settimane dalle urne, rende visita a Mediaset incontrando Confalonieri e il Gabibbo e rassicurando le maestranze: “Non abbiate timore, non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità necessaria per trovare intese. Mediaset è un grande patrimonio del paese”. In luglio la legge Maccanico manda in soffitta la sentenza della Consulta e concede una proroga sine die alle tre reti Fininvest. Intanto D’Alema e Berlusconi si accordano per riscrivere   la seconda parte della Costituzione con un’apposita commissione Bicamerale. Il Cavaliere è imputato a Milano per corruzione, finanziamento illecito e falso in bilancio, indagato a Palermo per mafia e riciclaggio e a Firenze per concorso nelle stragi del 1993. In settembre, a La Spezia, esplode la “Tangentopoli-2” con l’arresto del banchiere Pacini Battaglia e del presidente delle Fs Lorenzo Necci, che vanta ottimi rapporti tanto con Berlusconi quanto con D’Alema. Terrorizzati dall’avanzata dei pm, centrodestra e centrosinistra si accordano per mettere in   riga la magistratura. Ma restano da convincere i rispettivi elettori, tutt’altro che favorevoli all’inciucio. Si tratta di creare un clima emergenziale che giustifichi l’abbraccio fra i due poli che fino a quel momento se ne son dette e fatte di tutti i colori.

La bufala del cimicione. L’11 ottobre Berlusconi mostra al mondo intero una microspia di dimensioni imbarazzanti trovata a Palazzo Grazioli. Giura che è “perfettamente funzionante”, in grado di trasmettere “fino a 300 metri”. Punta il dito contro le “procure eversive”. Spiega di aver subito avvertito, prim’ancora   dei carabinieri, “l’amico Massimo”: cioè D’Alema, che assicura subito la sua solidarietà: “È un fatto grave, che testimonia il clima torbido di un paese inquinato da intrighi, manovre, veleni e sospetti. Bisogna reagire con fermezza, con un colpo di reni, riscrivendo le regole della convivenza civile e democratica”. Il 16 ottobre il presidente della Camera, Violante, convoca una seduta straordinaria e dà la parola al Cavaliere. Che scandisce: “Onorevoli colleghi, l’attività spionistica ai danni del leader dell’opposizione… rientra perfettamente nel panorama non limpido della   vita nazionale. Mai, in nessun periodo della storia repubblicana, sono gravate sulla libera attività politica tante ombre e tanto minacciose”. Pisanu e Taradash additano le “procure deviate”. E l’Ulivo a rimorchio. La Procura di Roma appurerà che la microspia era un ferrovecchio inservibile per nulla funzionante. E che, a piazzarla in casa Berlusconi, era stato un amico del capo della sua sicurezza incaricato di “bonificare” Palazzo Grazioli. Ma intanto il falso cimicione (come poi nel 2009 il gesto del folle in Piazza Duomo) ha già svolto il suo ruolo.

Commissione Dalemoni. Il 22 gennaio ‘97 nasce la Bicamerale sotto la presidenza di D’Alema (votato pure da Forza Italia). La legge costituzionale che istituisce la commissione non fa alcun cenno alla Giustizia. Infatti all’inizio D’Alema dichiara: “Sulla giustizia non vedo questioni costituzionalmente rilevanti”. Ma Giuliano Ferrara avverte: “La giustizia è il problema politico numero uno. Il capo dell’opposizione è perseguitato dai giudici. D’Alema fermi gli aggressori e rimetta in riga i pm sotto controllo della politica. Vedrete che la sinistraqualcosaconcederà”.Ottima profezia. D’Alema fa subito retromarcia: “Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Commissione”.   Il relatore sulla Giustizia è Marco Boato, ex Lotta continua, ex Psi, molto ostile alla magistratura. Il 30 ottobre ‘98 la bozza Boato viene approvata da tutti i partiti, tranne Rifondazione. Pare la riedizione del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la magistratura non è più un “potere” dello Stato; carriere di pm e giudici separate, con due Csm in cui aumenta la presenza dei politici rispetto ai togati; i giudizi disciplinari sottratti al Csm e affidati a una “Corte di giustizia” con i magistrati ordinari in minoranza; le Procure non possono più prendere le notizie di reato, ma dovranno attendere le denunce della polizia (che dipende dal governo); l’azione penale non è più obbligatoria; “il ministro della Giustizia   riferisce al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine”. Inoltre, per amnistie e indulti, non è più necessaria la maggioranza dei due terzi, ma basta il 50 più 1. E proprio questo è lo scopo finale, come annuncia il solito Violante al Foglio: “Nel 1999, al termine delle riforme, si porrà la questione dell’amnistia”. Poi però, contestatissimo da elettori, magistrati e intellettuali, il centrosinistra non osa andare fino in fondo sull’amnistia.

Inciucio forever. Così Berlusconi fa saltare la Bicamerale, avendo peraltro ottenuto in due anni tutto ciò che gli serve: niente legge sul conflitto d’interessi, niente antitrust sulle tv e una serie di leggi anti-giustizia. Il centrosinistra continua a lavorare per lui anche. Elimina lo scomodo gip Rossato dal processo Mondadori con la legge sull’incompatibilità fra Gip e Gup scritta dall’avvocato dalemiano Guido Calvi. Salva dal carcere Previti e Dell’Utri. E addirittura abroga di fatto i pentiti   di mafia con la riforma Fassino del 2000, che li priva di gran parte dei benefici che fino a quel momento avevano indotto molti boss a collaborare. Nel ’98 Gherardo Colombo dice al Corriere della Sera: “La Bicamerale è figlia dei ricatti incrociati fra destra e sinistra”. È la miglior lettura di come vanno le cose nella politica italiana, più che mai attuale undici anni dopo. Già, perché oggi si ricomincia. Ancora Berlusconi. Ancora Violante. Ancora D’Alema.

dicembre 18, 2009

L’oscena farsa dell’odio e dell’amore per eliminare l’opposizione

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 11:41 am

Micromega

Articolo 21, ovviamente, ha aderito all’appello di solidarietà con Marco Travaglio e con tutti i giornali e i giornalisti messi al bando da Cicchitto e fratelli, con l’accusa di essere i fomentatori dell’odio che avrebbe prodotto il lancio del maledetto souvenir.

Hanno forse ragione? Vuoi vedere che le cose stanno davvero così e che questo manipolo di liberali ha perso la testa contro alcuni giornalisti in seguito al gesto di Tartaglia?

La nostra memoria, a differenza di quella di Marco Travaglio, è piuttosto traballante, eppure a noi pareva di ricordare, così alla rinfusa,un editto bulgaro del 2002, al quale segui la cacciata di Biagi, Santoro, Luttazzi, ricordiamo bene o male?

Ancora ci sovviene di una cosa che riguardava un tentativo di corrompere qualche giudice romano per prendersi Repubblica, L’espresso, la Mondadori, ricordiamo bene o male?

Ancora più indietro nel tempo, dalle parti di Arezzo, fu trovato un piano, forse della P2, nel quale si teorizzava una repubblica presidenziale senza giudici e giornalisti liberi, e con una Rai asservita agli interessi del privato e del governo, l’avranno mica scritto Travaglio e Santoro?

A proposito di odio chi ha chiesto la testa della Gabanelli, di Santoro, della Dandini, chi ha annunciato la chiusura dei programmi che fanno venire l’ansia al presidente editore?
Per restare alla cronaca di queste ore chi ha deciso di togliere un po’ di pubblicità a Sky per regalarla a sé medesimo?

L’elenco potrebbe proseguire per giorni e giorni, questa farsa dell’odio e dell’amore è davvero stucchevole, strumentale, finalizzata a chiudere la bocca o a intimidire quei pochi giornali e giornalisti che non intendono rinunciare al vizio della memoria e che non hanno intenzione di cancellare tutti quei fatti che non corrispondono allo spirito dei tempi.

Stiamo assistendo ad una rappresentazione oscena nella quale il titolare del conflitto di interessi e il suo servizio d’ordine fingono di essere accerchiati e costretti al silenzio, contestualmente a reti seminunificate distribuiscono sonori ceffoni sulla faccia degli oppositori costretti in spazi politici e mediatici sempre più ridotti.

Lo schema dell’odio e dell’amore è un tipico schema costruito a tavolino, negli studi pubblicitari e imposto attraverso il controllo delle tv attraverso la iterazione dello spot, altrove sarebbe considerato un messaggio debole, sciocco, privo di legami con la realtà politica e fattuale.

La controprova è arrivata dalla ultima puntata di “Anno zero”, che dovrebbe essere premiata come una delle migliori trasmissioni mai prodotte dalla Rai.

Ci riferiamo in particolare alla straordinaria inchiesta condotta da Corrado Formigli in alcune realtà del nord leghista. Senza nulla concedere alla retorica, allo sdegno populista, alla logica della propaganda, Formigli e i suoi collaboratori ci hanno fatto vedere e sentire cosa sia davvero l’odio, il razzismo, la xenofobia, il vero fascismo strisciante che rischia di mettere in ginocchio l’Italia.

Abbiamo sentito parole che dovrebbero far rabbrividire qualsiasi persona pia e timorata di dio, abbiamo respirato l’odio di chi vorrebbe eliminare qualsiasi diversità e non a caso alcuni hano tentato di scagliarsi contro i giornalisti che ”…debbono farsi i fatti loro,stare zitti…”.

“Baciami il culo, baciami il culo…”, urlava contro Formigli un signore vestito di nero con una spruzzata di verde.
Di questo oggi non si parla, la destra berlusconiana non è restata colpita da queste parole, anzi le vezzeggia perché i voti non puzzano e per prendere i voti l’odio e la paura sono sentimenti da alimentare e da sfruttare con cinismo e sapienza.

No, lo scandalo non è rappresentato dall’estremismo di quei signori che hanno vomitato odio per minuti e minuti, lo scandalo, per lor signori, sarebbe rappresentato dalla sola esistenza della trasmissione che si permette di dare voce e spazio a temi altrove negati, cancellati, nascosti.

I seminatori d’odio sono Santoro, Padellaro, Travaglio, Ezio Mauro, l’unità di Concita De Gregorio, Furio Colombo, la rete non controllabile, chiunque si ostini a raccontare l’Italia del conflitto di interessi, delle leggi ad personam, dei dossier scagliati contro i propri avversari, dei Mangano che diventano i nuovi eroi da mettere sul comodino al posto delle foto di Falcone e Borsellino.

Per queste ragioni, con Federico Orlando e Tommaso Fulfaro, presidente e segretario di articolo 21, abbiamo deciso di aderire agli appelli già promossi da Micromega e da Il Fatto, ma anche di mettere a disposizione il sito della associazione per lanciare una petizione rivolta ai cosiddetti guardiani delle istituzioni e della legalità repubblicana affinché vigilino sui tentativi di dare un ulteriore colpo all’articolo 21 della Costituzione.

Non facciamoci illusioni. Stanno tentando di trasformare il gesto, ingiustificabile sempre e comunque, di un folle in un pretesto per dare forza e vigore a ben altre follie politiche e costituzionali, le medesime che hanno in mente da decenni.
Sarà bene non distrarsi, neppure il giorno di Natale.

Giuseppe Giulietti

Silvio torna a casa: “Avanti con più forza”

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 10:37 am

Il Tempo - Politica

Dimesso dal San Raffaele Berlusconi si riposerà ad Arcore. “Mi resterà l’odio di pochi e l’amore di tanti”. Mail, telefonate e fax: un popolo si è mosso per il presidente.

Il premier Silvio Berlusconi nella sua residenza di Arcore, dopo le dimissioni dall'ospedale San Raffaele Sorridente e determinato. Nella sua auto blu blindata, accanto alla fedelissima segretaria Marinella, alle 11.48 Silvio Berlusconi esce dal San Raffaele dopo cinque giorni di ricovero. Il corteo di macchine procede praticamente a passo d’uomo, passando attraverso due lunghe file di giornalisti assiepati all’uscita dell’ospedale. Il premier è ancora dolorante ma, dicono i medici, «sta meglio». Si tratta ora di stare a riposo, «per almeno due settimane».

Impresa non facile, visto che anche in questi giorni di degenza, cominciati dopo l’aggressione di domenica pomeriggio in Piazza Duomo, Berlusconi non si è risparmiato dalle telefonate i suoi collaboratori, dalle riunioni con lo staff, dal seguire, seppur a distanza, ciò che stava succedendo a Roma. «Io devo lavorare, sono i cittadini a chiederlo, e io sono determinato ad andare avanti». Ancora ieri, quando il portavoce Paolo Bonaiuti è entrato nella sua stanza di mattina presto, armato di mazzetta di giornali ed elenco delle telefonate ricevute, il premier ha continuato a ripeterlo: «Bisogna andare avanti, come prima, meglio di prima».
Lo stesso concetto è il leit motiv della nota diffusa da Palazzo Chigi subito dopo le dimissioni del Cavaliere. Un ringraziamento collettivo per la grande solidarietà ricevuta in questi giorni. Ed è quello che, scrive Berlusconi, rimarrà di tutta questa esperienza: «L’odio di pochi, e l’amore di tanti, tantissimi italiani». Agli uni e agli altri il premier fa una promessa: «Andremo avanti con più forza e più determinazione di prima sulla strada della libertà». In questi giorni di degenza nella struttura ospedaliera di Don Verzè, di affetto il premier ne ha ricevuto tanto, e da tutta Italia: con mail, fax, regali, fiori e telefonate. Qualche signora di mezza età si è anche presentata alla reception del nosocomio, con l’obiettivo di «salutare Silvio».
I cancelli del San Raffaele sono stati coperti da cartelloni e bigliettini di «auguri per il presidente». Anche davanti la sua casa di Arcore, dove Berlusconi è rientrato ieri pomeriggio, dopo aver fatto una visita di quattro ore dal suo dentista di fiducia, è stato appeso uno striscione con la scritta «Bentornato a casa Presidente». Quella dal dentista è solo la prima di una serie di controlli medici che ora il premier dovrà fare. Si parla anche di un blitz in una clinica in Svizzera, specializzata in chirurgia estetica «per cancellare ogni traccia dell’incidente». Ma nulla di confermato. Del resto anche il professor Alberto Zangrillo, medico di fiducia di Berlusconi e persona che ha gestito tutta l’emergenza di questi giorni, ha spiegato che «non rimarrà alcuna cicatrice sul viso del presidente del Consiglio». Rimarcando che comunque, ora, l’imperativo è «riposare».
Nella visita di ieri, intanto, è stato fatto già un piccolo intervento. La botta avuta, racconta il dottor Massimo Mazza, dentista di fiducia del presidente del Consiglio, «ha avuto un effetto devastante». Berlusconi ha qualche problema a parlare, conseguenza proprio del colpo subito. «Abbiamo cominciato con un piccolo intervento di ricostruzione dell’incisivo, ma ancora è lunga…». L’umore, dicono dal suo staff, è sicuramente quello di un «leone colpito», ma deciso a non mollare ed andare avanti. L’altra sera, si è innervosito ancora una volta guardando la tv, nello specifico la trasmissione de La7 Exit.
La notte però, passa tranquilla, poche ore di sonno ma continue. Ieri mattina, dopo aver letto come al solito i giornali molto presto, ha fatto colazione seduto al tavolino della sua stanza (il premier spiegano i medici fa ancora fatica a mangiare a causa soprattutto delle ferite nella bocca), controllo della medicazione che ha sulla guancia sinistra (copre quasi tutto il labbro superiore e parte del naso), dopodiché è iniziata la preparazione per l’uscita dall’ospedale. Non vedeva l’ora di lasciare la stanza al settimo piano del reparto Q, poter in qualche modo ritornare ad una vita normale. In mattinata ha ricevuto anche qualche visita, tra cui anche il segretario del Pri Francesco Nucara.
Ad aspettare il Cavaliere davanti la sua residenza milanese c’erano numerose persone, nonostante il freddo e la neve che ieri ha imbiancato il capoluogo lombardo. C’erano anche tanti cronisti, tenuti a debita distanza dagli uomini della sicurezza. Berlusconi è stato accolto dal sindaco di Arcore Marco Rocchini. Lungo abbraccio tra i due, applauso dai presenti, foto dei cronisti. Solo pochi minuti, però. Sono le 15.30, i cancelli si chiudono: per Berlusconi è arrivata l’ora di riposare un po’.

Berlusconi a casa dopo l’ospedale «Se cambia clima mio dolore non inutile»

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 10:35 am

testata natale

ROMA (18 dicembre) – Prima notte ad Arcore per Silvio Berlusconi dopo le dimissioni dall’ospedale San Raffaele. Anche oggi sveglia alle sette e lettura dei giornali come sempre. Il premier dovrà osservare un periodo di riposo senza impegni pubblici ma già si sa che continuerà a lavorare. «Se cambia il clima il mio dolore non sarà stato inutile» è il massaggio inviato ieri dal presidente del Consiglio.

Oggi potrebbe incontrare il capo della Protezione civile Bertolaso, mentre domani ci dovrebb essere una cena per gli auguri di Natale con il leader della Lega Nord Umberto Bossi. Insieme al Senatur, a fare visita al Cavaliere, potrebbero essere altri esponenti del Carroccio come il ministro per la Semplificazione Legislativa Roberto Calderoli ed il capogruppo della Lega Nord alla Camera Roberto Cota. Non si esclude poi che tra gli invitati possa esserci anche il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il Senatur ed il premier avevano deciso di incontrarsi, come consuetudine lunedì sera, ma dopo l’aggressione subita da Berlusconi domenica scorsa a Milano l’agenda del Cavaliere è stata annullata.

dicembre 15, 2009

Fini, deprecabile fiducia a Finanziaria

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 11:27 am

LASTAMPA.it - Home

Il governo blinda la Manovra
Il numero uno di Montecitorio:
«Scelta che di fatto impedisce
all’Aula di pronunciarsi»

ROMA
Il governo ha posto la questione di fiducia alla Camera sulla legge Finanziaria: lo ha annunciato nell’Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito.

«E’ una decisione legittima ma riveste carattere politico perchè attinente esclusivamente ai rapporti tra maggioranza e governo. Ed è per tale motivo che la presidenza della Camera ritiene deprecabile questa scelta». È quanto dichiarato in aula dal presidente della Camera Gianfranco Fini.

La decisione, ha aggiunto Fini intevenendo in aula, «non può essere in alcun modo essere considerata una decisione di carattere tecnico, non essendo giustificabile con ostacoli procedurali» perche l’opposizione «non ha avuto atteggiamenti ostruzionistici». Dunque, ha aggiunto, «la scelta di porre la fiducia, benchè costituzionalmente legittima perchè è prerogativa dell’esecutivo, non può che essere considerata dalla presidenza che come una decisione attinente a questioni di carattere politico», visto che non si deve a «rapporti tra governo e opposizione, ma tra governo e maggioranza». Per questo, «la presidenza della Camera considera tale decisione deprecabile».

Berlusconi dall’ospedale: “Non capisco perché mi odino a questo punto”

Archiviato in: Notizie — ilcorsarorosso @ 7:36 am

Panorama.it

Solidarietà a Berlusconi fuori dall'ospedale San raffaele di Milano (AP Photo/Luca Bruno)Solidarietà a Berlusconi fuori dall’ospedale San raffaele di Milano (AP Photo/Luca Bruno)

Soffre e si nutre a fatica, Silvio Berlusconi.
Costretto in un letto dell’Ospedale San Raffaele di Milano per “almeno altre 36 ore”. Come ha annunciato il primario di rianimazione e terapia intensiva dello stesso ospedale e medico personale del premier, Alberto Zangrillo.

“I parametri vitali” recita il bollettino medico “si sono mantenuti stabilmente nella norma, la Tac ha evidenziato la frattura del setto nasale e di due denti nell’arcata superiore“. “È tranquillo ma amareggiato” ha aggiunto il medico “ha perso mezzo litro di sangue“.
L’aggressione subita al termine del comizio in piazza Duomo appare, a 24 ore di distanza, ancora più seria: “Le conseguenze” ha aggiunto Zangrillo “sono più gravi di quello che potevamo dire ieri sera”. Tanto che il ministro degli interni Roberto Maroni non ha esitato a dichiarare: “Il premier ha rischiato di essere ucciso”.

Berlusconi comunque, secondo i tanti che tra domenica sera e lunedì gli hanno fatto visita, è provato soprattutto “per il clima politico” da cui è nata l’aggresione.
Un’amarezza che il premier ha confidato anche a Don Luigi Verzè, presidente del San Raffaele
, che lo ha incontrato: “Stamattina ho detto al premier che quanto avvenuto ieri sera in piazza del Duomo è un monito a lui e al Paese. Monito che poi ho ripetuto al presidente Fini e all’onorevole Bersani. Occorre modificare la Costituzione italiana. Ho trovato il presidente umiliato, non tanto dal fatto traumatico ma da quello che esso rappresenta: l’odio. Mi ha detto: ‘io voglio bene a tutti, voglio il bene di tutti, non capisco perchè mi odino a questo punto‘”.

Già, perché tanto odio?
Facendo nostra la domanda che si è fatto il premier – al di là delle dichiarazioni dell’aggressore Massimo Tartaglia (che nel corso dell’interrogatorio in Questura, secondo quanto si è appreso, avrebbe motivato il suo gesto con l’avversione politica che nutre verso il Pdl e in particolare verso il premier) e delle pagine on line che inneggiano al 42enne con problemi psichiatrici – abbiamo cercato di rispondere, raccogliendo le opinioni apparse sui principali quotidiani italiani.

Per il vicedirettore del Corriere Pierluigi Battista: “Il confine tra la violenza verbale e quella materiale è sempre sottile, vulnerabilissimo. Ed è sconfortante che in un Paese che della violenza politica ha conosciuto i frutti più tragici faccia fatica a imporsi la consapevolezza che il linguaggio pubblico improntato all’odio, all’attacco forsennato contro la persona e non contro le idee, può sfociare in gesti sconsiderati sì, ma non privi di un retroterra… L’odio politico si deposita come un veleno che intossica la discussione pubblica. Riduce l’avversario a un bersaglio da annichilire. Da distruggere: in effigie, ma anche fisicamente. Non è solo una questione di toni esasperati. È l’idea che la lotta politica non contempli confini e contrappesi all’aggressività verbale. È la degradazione dell’avversario a nemico da abbattere”.

Sempre sul Corriere, interviene, intervistato, anche Giampaolo Pansa: “La verità è che c’è nell’aria un’agitazione politica che fatalmente si trasfonna in violenza. Io sono pronto a scommettere, per esempio, che mezza Italia oggi è contenta per quel sangue sul viso del presidente del Consiglio… Mi aspetto che adesso si usino le bombe, i proiettili per togliere di mezzo i politici che non ci piacciono più”. Come negli anni ‘70? “Io sono stato testimone diretto, da cronista, di quegli anni. C’è, di simile, un muro di odio politico che divide l’Italia. Perciò ripeto un concetto che ho già espresso. È tempo di abbassare i toni”. E se ripensa agli Anni 70 cosa ancora le viene in mente? “Un parallelo con il commissario Calabresi. Quell’uomo fu accusato di un delitto mai provato, di aver cioè prima torturato e infine lan- dato dalla finestra l’anarchico Pinelli. Poi sappiamo come purtroppo finì. Oggi tutte le colpe ricadono su Berlusconi. Leggo per lavoro tredici quotidiani al giorno. E fa ,impressione la quantità di titoli dedicati a lui. E diventato l’uomo nero, o l’uomo rosa… dipende dal punti di vista, della politica italiana. Un’ossessione“.

Da Calabresi padre a Calabresi figlio. Il direttore della Stampa è intervenuto con un fondo sulla prima del suo giornale: “Il volto ferito e pieno di sangue di Silvio Berlusconi non può che lasciare sgomenti, non riesco ad immaginare una persona seria o che ami definirsi democratica e perbene che possa avere una reazione diversa. Se invece la prima cosa che passa in testa è pensare che se la sia cercata o meritata, allora siamo entrati in uno spazio in cui la dialettica politica è degenerata. Abbiamo ricevuto numerose lettere di persone che spiegano l’accaduto e lo comprendono come reazione ad un governo che definiscono ‘xenofobo’, ‘antidemocratico’ o ‘razzista’… Questo modo di ragionare mi fa paura: come è possibile mostrare sensibilità a senso unico, battersi contro le violenze e poi giustificare un’aggressione, essere democratici e pacifisti e provare soddisfazione per il volto tumefatto di Berlusconi. Significa che l’ideologia continua a inquinare le coscienze, ad oscurare le menti… E questo riguarda non solo la sinistra ma anche il premier, la sua maggioranza e i giornali che gli sono più vicini. Da mesi quasi nessuno sembra capace di sottrarsi alla tentazione di alimentare il clima terribile in cui viviamo, l’Italia somiglia sempre più ad uno stadio in cui si sente solo la voce degli ultras che gridano mentre incendiano le curve”.

Degli ultras parla anche Alberto Taliani nel suo blog su Il Giornale: “Le parole sono come pietre che, nel caso dell’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si sono materializzate sotto forma statuina del Duomo di Milano. Le parole d’ordine violente e le campagne politico-mediatiche contro il “Grande Nemico da Abbattere”. In fondo, per gli odiatori professionisti (o i professionisti dell’odio) da un certo momento in poi qualunque mezzo è buono… Brutta giornata, ieri per la nostra democrazia…. Le parole d’ordine violente generano violenza. È una tragica “banalità” su cui c’è poco da dire”.

Poco da dire anche per Ezio Mauro, direttore de la Repubblica: “Amici e avversari, sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier – come siamo noi – e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla violenza. E devono fare muro contro l’insania di questo gesto, prima di tutto perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita. Solo così la politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l’odio, tra il contrasto d’idee e la violenza, tra le funzioni e le persone”.

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