Le loro biografie più “calde” di quelle di Bersani e Franceschini
Il paradosso Chiamparino: ha 61 anni ed è il più tifato dai giovani
Al Lingotto anteprima del congresso di ottobre
Tutti alla ricerca di una “terza via” tra i due sfidanti di CURZIO MALTESE
Un’ovazione aveva salutato il discorso tosto e un po’ retro del padrone di casa, Sergio Chiamparino, che i giovani vorrebbero candidare come bandiera del rinnovamento. A metà dell’assemblea quello del sindaco di Torino è parso un discorso di candidatura, all’altra metà una chiara rinuncia. Ma qui entriamo in una serie di paradossi difficili anzitutto da capire, figurarsi da raccontare.
Il dato sicuro è che il favoleggiato ricambio generazionale, reclamato a parole da tutti, anche dagli ottuagenari, e voluto sul serio dagli elettori, non sembra alle porte. Alla vigilia della battaglia, i trentenni e quarantenni del Pd non hanno trovato di meglio che provare a convincere Chiamparino a lanciarsi nella sfida. Se il sindaco accettasse, potrebbe sparigliare i giochi. Ma comunque saremmo al ricambio generazionale alla rovescia, un sessantenne dopo i cinquantenni Veltroni e Franceschini.
Per giunta, una soluzione di ripiego, perché la candidata naturale dei giovani sarebbe stata Debora Serracchiani, ormai popolarissima, che è invece orientata ad appoggiare Franceschini. Chissà, forse è meglio a questo punto lasciar perdere le carte d’identità e badare all’identità politica. Il difetto di questi giovani del Pd è forse di sentirsi troppo giovani, anche a quarant’anni. Quando, per fare un paragone, a quell’età Veltroni era già vice presidente del Consiglio e D’Alema segava serenamente la sedia di Occhetto.
Quello che s’è capito dalla giornata del Lingotto è che in ogni caso esiste uno spazio largo per una terza candidatura, e magari per una quarta e quinta. Spazio mediatico, politico, di consensi popolari e di argomenti. Perfino uno spazio biografico. Le biografie di Franceschini e Bersani sono quelle di uomini di partito. Ottimi uomini di partito, bravissimi organizzatori. Ma i leader di questa epoca non sono mai uomini di partito e basta. Sono narratori. E la prima cosa che raccontano agli elettori è la propria vita. Sul mercato della comunicazione, le vite dei funzionari di partito oggi non interessano né a destra né a sinistra.
Personaggi come il medico Ignazio Marino, l’avvocato Debora Serracchiani, il giovane economista Marco Simoni o il professore di filosofia Giuseppe Civati, per citare alcuni possibili candidati della “terza via”, sono tutti più seducenti per i media. Esiste poi uno spazio di argomenti politici. Altrimenti detti: valori. Lo scontro fra Franceschini e Bersani si giocherà molto sul tema delle future alleanze del Pd, che non scalda moltissimo i cuori. Molto meno di valori che si possono scrivere con la maiuscola, come la Laicità, i Diritti Civili, la Solidarietà, la Giustizia. Temi sui quali la platea del Lingotto si è spellata le mani, da chiunque fossero evocati, da Chiamparino come da Serracchiani, nelle brevi ma appassionate arringhe di Pippo Civati, Sandro Gozi, Paola Concia, Francesco Boccia e altri. Insomma lo spazio c’è e siccome in politica il vuoto non esiste, prima o poi uno di questi andrà ad occuparlo.
Una terza candidatura di pura testimonianza? Non è detto. Nella prima fase del congresso di ottobre decideranno gli apparati del partito. Bersani parte gran favorito, grazie all’appoggio di D’Alema e del decisivo Antonio Bassolino, che oggi controlla le 80 mila tessere Pd campane su un totale nazionale di 370 mila. Un dato che può anche indurre a meste riflessioni. Ma nella fase finale, le primarie, decidono due o tre milioni di persone e tutto può succedere.
Comunque vada a finire, la base chiede ai contendenti un confronto leale, sincero, senza colpi bassi. Chiede quantomeno ai dirigenti del Pd di non lanciare, con le loro divisioni, l’ennesima ciambella di salvataggio a un Berlusconi in gravi difficoltà. Se il buon giorno si vede dal Lingotto, la partita non comincia male.